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martedì 10 settembre 2013

Correva l'anno...



Questi ultimi giorni sono stati emotivamente complessi e instabili. Ciò mi ha condotto nel turbinio della rimembranza dolorosa ma, sorpresa!, mi ha tenuto lontano dalla porta del frigo.
Uno dei primi ricordi più intensi della mia cicciosità si svolge attorno agli anni ’92 – ’93. Stavo per fare la Cresima e ci credevo veramente. Quando il prete mi disse che sarei divenuta soldato di Cristo, per giorni mi sognai in tuta mimetica pronta a difendere le porte della chiesetta di campagna in cui facevo catechismo. A quei tempi mi buttavo ciecamente nelle cose in cui credevo e amavo adornarle con trovate strambe e a dir poco fantasiose…ma di questo vi parlerò un’altra volta che è meglio.
Mentre nel giorno della comunione era abitudine che tutte le bambine vestissero con un abito bianco, il giorno della cresima era libero e ognuno poteva dar sfogo alla propria fantasia e personalità. Con le altre ragazze parlavamo spesso di come ci saremmo vestite per questo giorno così importante, un’emozione e una preparazione che manco una modella prima di una sfilata! Tutte avevano deciso per una gonna, chi per un colore, chi per altro, tutte avevano già nell’armadio il vestito per l’occasione!
Mancavo solo io! Rompevo le ovaie di mia madre chiedendo quando saremmo andate a comprare il mio vestito che, fantasiosamente, volevo con la gonna, pieno di ammennicoli, coloratissimo, fighissimo, sfogliavo continuamente il catalogo dell’allora celeberrimo Postalmarket, scegliendo abiti che, col sennò di poi, mai avrei potuto indossare ma che, nella mia mente, avevano il potere di rendermi uguale uguale alla modella che li indossava. Non capivo, nella mia ingenuità da frolloccona, le titubanze di mia madre…
Infine venne il giorno in cui l’acquisto dell’abito non poté più essere prorogato. Andammo nella boutique più figa del paese e io cominciai a guardarmi attorno piena di illusioni mentre mia madre confabulava con la commessa. Quest’ultima, non lo dimenticherò mai, aveva una faccia becera e scocciata tipica di tutte le commesse che sanno già di stare perdendo tempo.
Con molta riluttanza cominciò a tirar fuori dei completi che mia nonna in confronto veste all’ultima moda. Io non volevo nemmeno provarli, era la mia Cresima, mica la festa della Befana! Mia madre cominciò a spazientirsi e mi tirò addosso quello sguardo che faceva più male di quando mi lanciava le ciabatte in giro per casa! Riluttante, accettai di provarli.
Nessuno, e ripeto nessuno, mi entrò. “Meno male” pensai ma compresi lo sconforto di mia madre: in quel negozio non c’era niente per me, probabilmente anche le sciarpe mi sarebbero andate strette.
Il giorno dopo tentai al mercato. Lo girammo in lungo e in largo. In una bancarella trovammo un completo da signora, nero come la pece “perché sfina”, niente gonna ma solo degli svolazzantissimi pantaloni a cui dovettero fare mezzo metro di orlo in quanto destinato a donna adulta di dubbio gusto sulla moda e non ad una disperata preadolescente eccessivamente esuberante dal punto di vista fisico. Sopra riuscii a trovare una camicia. Con le spalline tipo giocatore di rugby, non proprio un indumento per la mia età, diciamolo.
…e ora non stupitevi se nella foto di gruppo della Cresima, in un turbinio di gonne coloratissime svolazzanti e sorrisi aperti, potere trovare un’immusonita ragazzina vestita da signora che guarda becera l’obiettivo…Ogni cosa ha il suo perché!

venerdì 12 ottobre 2012

E mo' so cavoli (a merenda)



Ero rimasta sola in ufficio.
Quella Cosa-secca che ho per collega era in malattia (= febbre strategica da weekend lungo).
Il capo si faceva amabilmente i cavoli suoi, chiamando ogni tanto per controllare che non fossi scappata.
Io mi sforzavo di restare concentrata nonostante il silenzio imperante. 
Una noia noiosa mi annoiava.
Io odio la noia, è la miccia migliore per la fame nervosa.
Decisi di farmi un caffè. Nero, lungo e amaro.
Mi avvicinai alla macchinetta e la vidi.
Lucida, nella bustina di plastica, mostrava di sé una morbidezza delle forme che ti strappava un desiderio forte di morderla. Il sottile strato di crema che trasbordava dal biscotto innescava una cascata di acquolina irresistibile…

No, non devo prenderla! VADE RETRO! No No No!!! Io sono forte!
Ho 32 anni, T R E N T A D U E fottutissimi anni, non mi farò fregare dalla prima merendina che vedo!
…
…

Tempo di resistenza: 5 minuti e 42 secondi.

martedì 10 gennaio 2012

Cicciaboom!

“Portatemi i sali, presto! Sto per svenire! Vanno bene anche i salatini! Mio dio! Svengo!”
A queste parole disperate, seguì un boato. Decimo grado scala Mercalli. Era il 2 Gennaio 2012. Ero appena salita sulla bilancia.

Inevitabile come la stipsi dopo la prima settimana di dieta, l’effetto disastroso del Natale aveva mietuto la sua ennesima vittima. Io.
Quella testa di caciotta di Babbo Natale, invece di un brillocco di qualche carato, mi ha fatto dono di tre, e dico TRE, chili di ciccia cicciona, tutti situati paciosamente su fianchi, panza e triplo mento. Inoltre, un chilo me l’ero regalato da sola, grazie alle cene prenatalizie con amici, colleghi e qualunque altro potesse offrirmi una scusa per mangiare porcherie.
Mi ritrovo, ad un mese dal prossimo controllo, con 4 chili in più rispetto alla visita precedente.

Avete mai sentito parlare delle lacrime di coccodrillo?


mercoledì 5 ottobre 2011

Di quella volta che i biscotti al cioccolato tentarono di farmi fuori.


Dopo la visita medica e gli esami clinici, sono in attesa dei risultati.
Ansiosa all'ennesima potenza, mi rivedo come, anni fa, ancora studentessa, col naso all’insù a spiare impaziente sulla bacheca della scuola per vedere se ce l’avevo fatta un’altra volta mentre oggi, ad anni di distanza, stropiccio tra le mani il talloncino per il ritiro dei risultati: lo guardo e lo riguardo sperando che l’attesa riduca i tempi e che la prossima settimana arrivi ora, in un battito di ciglia, in barba ad Einstain e alle sue teorie.
Il mentre che passa tra l’esito dei risultati e l’elaborazione della cura, è un che di straziante, sia a livello mentale che mangereccio. L’ansia di sapere, per chi ha già disordini di tipo mentalimentare, si sfoga, indovinate un po', sul cibo, corroborata dal fatto che
“tanto dopo non posso più perchè poi mi metto a dieta seriamente”
“meglio un gelatopistacchio e cioccolato oggi che un cremino domani”
“tanto va la gatta al lardo che ci lascia la zampone”
E altri luoghi comuni atti a giustificare penosamente il tentativo vano di arginare la voragine che si è aperta nel triangolo delle bermuda formatosi tra testa, cuore e panza.
Questa dicotomia permanente tra il “resisti” del barlume di coscienza e il  “se non ora, quando?” del mostro della pancia, può portare a sfociare in comportamenti che hanno dell’assurdo, che sono riprovevoli e che farebbero vergognare chiunque, me compresa. Per questo qui mi confesso e ammetto le mie colpe e le figure da coprolita di brontosauro al fine di ricordarmi sempre di questi giorni, sperando che restino passato.
Accadde oggi.
Mezz’ora fa circa, per dirla tutta.
Stavo pranzando con la collega: insalata scondita, 40g di pane e 40g di crudo. ‘na roba che l’uccelletti della vicina morirebbero di fame.
E non è che mi dispiacerebbe visto che cominciano a cantare all’alba. Tutte le albe di tutti i giorni che dio manda in terra, festivi inclusi. Che gatto vi colga!
La mia collega chiocciava, mentre addentava un paninazzo doppio strato di culatello infarcito con mozzarellone campano: “Come sei brava! Ma come fai a mangiare così poco!”
“Beh, io non mangio molto…” ho risposto mentre il Barlume di coscienza mi gridava nella testa “A buciarda infame!!!!”
Dopo pranzato ho proposto una camminata. Una camminata che mi ha visto tornare barcollante, sudata come solo Bonolis sa esserlo, con una lingua penzoloni simile ai materassi che vende Mastrota e ansimante come un carlino.
Molto consolante direi, considerando che ho appena 30 anni.
Al rientro mi sono ricordata che avevo con me dei biscotti al cioccolato che avevo comprato per la pausa caffè in ufficio. Il Barlume di coscienza, sapendo che il proibizionismo non funziona mi ha detto:
“Offrine uno alla collega, se lo vuole ne prendi uno anche tu. UNO. E che sia UNO!”
Nel mentre, il mostro della pancia si era già impossessato della mia mano, approfittando della mia temporanea incapacità di intendere e di volere, e mi aveva buttato in gola 4 e dico 4 biscottoni al cioccolato!
Proprio in quel momento sento la collega avvicinarsi alla mia stanza!
Barlume di coscienza mi ha urlato: “Sei una cacca pestata di Chihuahua! Sei l’esempio vivente dell’assenza di forza di volontà, metteranno la tua immagine su Wikipedia sotto il termine Abulia! Almeno evita la figuraccia e nascondi le tracce!”
In fretta e furia ho cercato di inghiottire il bolo di cioccolato, ho ficcato la scatola di biscotti in borsa e mi sono buttata a terra facendo finta di cercare qualcosa mentre tentavo di buttar giù il boccone.
“Che fai sotto la scrivania?”
“mmmniente, ciomp ciomp, sto ceccando la penna” ho detto cercando di buttar giù il boccone infame.
“Che mangi?”
“mmmniente! Sto ceccando la penna!!!”
“Certo… vuoi un po’ d’acqua?”
“Gno…”

Signori, la dignità di una donna vale 4 biscotti al cioccolato?

sabato 3 settembre 2011

L'insostenibile leggerezza dell'essere


Finite le vacanze estive, il rientro nella quotidianità è sempre uno shock:  la vista dei volti lunghi e depressi dei colleghi, i rincari dei prezzi, il lavoro accumulato, la polvere ammassata in casa mentre voi eravate assenti e, soprattutto, dulcis in fundo, il verdetto della bilancia. Non importa quanto siate stati attivi – scarpinate in montagna con tanto di lingua a penzoloni spessa quanto un materasso in lattice di ultima generazione, lunghe passeggiate in riva al mare che conducevano dritte dritte al gelataio dello stabilimento, corsetta mattutina nel parco schivando cacche di cane – la pesata da rientro vacanziero è sempre un colpo al cuore. Tre chili non ve li toglie nessuno. Se siete fortunate.
Personalmente quest’estate mi ero prefissata di camminare molto. E l’ho fatto.
Mi svegliavo all’alba e mi incamminavo fino al mare. Un chilometro circa di una stradina immersa nella campagna, schivando ad ogni abitazione, qualche cane incazzato nero contro il mondo e pronto ad affondare i suoi denti nelle mie chiappe rotonde. Arrivata in spiaggia, mi immergevo fino a metà polpaccio in acqua e cominciavo a camminare. A lungo, molto a lungo. Ad ogni passo mi illudevo di sentire la ciccetta sciogliersi in mare. Vedevo nella mia mente, dietro di me, le mie impronte sulla spiaggia contornate di chiazze d’unto manco che il mio corpo in dimagrimento fosse una macchina con la coppa dell’olio rotta. Quando la spiaggia cominciava a popolarsi, facevo un lungo bagno e ritornavo a casa.
Pesarsi e trovare 3 chili in più mi ha fatto scoprire una grande verità: passeggiare sulla riva aiuta ma non risolve i problemi di cellulite: è acqua di mare, non acqua di Lourdes!
Fatto sta che ora bisogna rientrare nei ranghi e, soprattutto nei vestiti. Che la dieta cominci!

giovedì 28 luglio 2011

Di come nacque l'odio per le commesse in genere

La prima volta che ho avuto la percezione di avere qualcosa di diverso è stato all’età di 10 anni circa. Ero un po’ in sovrappeso, quel poco che permetteva a mia madre di avere scompensi cardiaci al pensiero che tutte le altre bambine erano in modalità “manico di scopa” mentre io mi avvicinavo sempre più al modello “omino michelin”.
In particolare questi scompensi subentravano quando dovevo comprare qualcosa da indossare.
La cosa peggiorava se dovevo trovare qualcosa per una cerimonia perché doveva essere qualcosa di elegante, delicato, fine, rosa, principesco, raffinato. In pratica qualcosa che io non ero, non sono ora e molto probabilmente non sarò mai.
Mia madre ha combattuto per anni contro la mia ciccia e contro la mia mascolinità.
A tutt’oggi non capisco se le dia più fastidio la mia collezione di rotolini o il mio atteggiamento truculento e cinico che poco si adatta alla sua idea di figlia ideale. Di questo, però, ve ne parlerò in un altro capitolo.
Ricordo ancora quella volta, in un negozio molto chic del mio paese, in cui mia madre cercò disperatamente degli abiti da farmi indossare ad un matrimonio. Ossignur, come dimenticare lo sguardo scocciato e infastidito della commessa e il senso di imbarazzo di mia madre. A me la cosa non importava, avrei imparato poi negli anni a sentirmi mortificata. In quel momento ero solo scocciata dalla contrattazione e dal cambio d’abiti continuo. L’unico dispiacere che provavo era verso mia madre perché la vedevo disperata e non sapevo come aiutarla. Provando gli abiti, cercavo di tenere la pancia in dentro il più possibile per farmi entrare quegli straccetti che mi proponevamo ma, si sa, il volume non sparisce, al più si ridistribuisce…
In un’altra occasione, pur di farla contenta, entrai in un camerino e provai un pantalone che non mi sarebbe entrato nemmeno se mi avessero fatto una liposcultura al volo. Indossai il migliore dei miei sorrisi e uscii dicendo: “mi va benissimo, mi piace!”
Lei insistette per vedermelo addosso ma cominciai a piagnucolare e a rompere le scatole dicendoche mi ero scocciata e volevo andare a casa. Inutile dire che quel pantalone non lo indossai mai, a casa si arrabbiò come una furia ma almeno le evitai lo strazio in negozio.
Con l’avvento dei cataloghi, la cosa diventò più semplice. Ordinavo sfogliando un giornale e mi accontentavo di quello che arrivata. La merce, tra la descrizione in catalogo e la consegna, subiva una trasformazione tale che, ogni volta, mi ritrovavo con un cencio in mano avente dicitura cotone 100% che, a strizzarlo, stillava petrolio. Quello fu il periodo in cui capii che non è tutt’oro quel che luccica e che la gente, pur di vendere, dice un po’ quel che cazzo gli pare.
Anche per l’ordine dal catologo permaneva il problema taglia. Non essendo standardizzate, se ordinavi taglia orca assassina ti poteva capitare un pantalone taglia poker d’ossi o una gonna modello tendone da circo. Quello, infatti, fu il periodo in cui imparai a cucire.
E così pian pian mi affrancai da mia madre e lei si rassegnò a vedermi vestita alla membro di segugio.
Non fu così facile però. Prima della mia affrancatura, stanca di questi tira e molla ogni qual volta dovevo comprare qualcosa, mia madre cominciò il lungo pellegrinaggio verso dietologi e ciarlatani vari che hanno contribuito a far di me una cicciona recidiva, complessata, disillusa e con vari scompensi ormonali. Ci tengo a precisare che parlo di mia madre ma non ho nulla contro di lei, ha fatto di tutto per rendermi migliore, per quella che era la sua idea di essere migliore. Tutto il mio disprezzo va a quella caterva di ciarlatani e professoroni, e spesso le due categorie si confondevano, che ho incontrato sulla mia strada.
Ma questo ve lo racconto la prossima volta…Non immaginate a cosa si riduce a fare qualcuno per poter perdere del peso…

martedì 26 luglio 2011

Eventi mondani

A seguito del post, comunico che alla fine sono riuscita a trovare un paio di scarpe da mettere. Un paio di zoccoletti in legno che, ad ogni passo, facevano talmente tanto rumore che pareva ci fosse un’orda di cavalli selvaggi che galoppava furiosamente nella stanza.
Se sono riuscita a passare inosservata, di sicuro non sono passata inascoltata.
La cerimonia è stata piacevole, il momento critico è stato quello della foto: risucchio delle guance per simulare un volto scavato, mento in alto per evitare l’effetto triplo mento, testa leggermente ruotata per evitare l’effetto luna piena, panza in dentro, schiena dritta e rigida, tette in fuori, ultima della fila per l’effetto: “non mi nascondo, sono solo capitata dietro!”. Insomma, una cosa molto rilassata.
Ma veniamo al dunque.
Prima del ristorante c’è stato il buffet.
Mangiare al buffet è un evento micidiale per una cicciona iperfagica.  Esistono 3 possibili reazioni:
1)       Vi abbuffate senza controllo di cose dolci e salate puntando sull’effetto simpatia mentre gli altri guardano allibiti ed esclamano “Che appetito!”. Di solito, se si prova imbarazzo, si è soliti inventare scuse del tipo: “Eh, ma son tre giorni che mangio perché ho avuto una gastrite fino a ieri…” quando invece fino a poche ore prima avete fatto colazione con un cornetto formato famiglia. Con tanto di famiglia nel ripieno.
2)       Vi vergognate a mangiare in pubblico e:
2.1) vi mettete in un angoletto senza toccare niente, sforzandovi prendete un cioccolatino minuscolo che non avete il coraggio di ingerire e, se qualcuno vi chiede perché non mangiate, rispondete con un sorriso falsissimo dicendo: “Sono sazia, mi basta questo” indicando il cioccolatino che vi si sta sciogliendo tra le dita…mentre con l’immaginazione state azzannando anche le gambe del tavolo…
2.2.) convincete qualcuno, di solito un fratello o qualche altra anima pia, a farvi un piatto pieno di ogni porcheria possibile. Piatto che, subito dopo, mangerete di nascosto per mantenere l’alibi della vostra illibatezza gastronomica.
Io sono del tipo 2.1. Solo perché non trovo mai un’anima pia.
Al ristorante la cosa è più semplice. Sei al tuo posto e il cibo te lo mettono sotto al naso. Quindi mangi quello che vuoi senza temere il giudizio altrui. Il mostro della pancia non fa altro che rassicurarti “Ehi, è il cibo a essere venuto da te, tu non c’entri nulla! E’ lui che ti sta provocando!”
Il problema si manifesta, di solito a metà pasto, quando molti dei commensali cominciano ad avvertire un forte senso di sazietà. Beati loro.
Essendo una malattia anche a carattere mentale, l’obesità si nutre  anche del fatto che il malato non avverte un vero e proprio senso di sazietà. E’ come un alcolista che beve senza sentirsi mai pieno. Si innesca un sistema di assuefazione per cui più ne hai, più ne vorresti.
Vedere gli Altri abbandonare sconsolati i piatti, è un colpo al cuore.
Voi, cazzo, non potete far vedere che andate avanti ad oltranza!
Quindi, mesti/e, cominciate a snobbare una forchettata di pasta, mezzo arrosto, un fogliolina di insalata… mentre lo stomaco piange lacrime amare.
Finite col raccogliere gli avanzi in un cartoccio da portare al cane…ma, a casa, prima di dargli qualcosa, povero cucciolo, rovisterete nel cibo, nella solitudine della vostra stanza, per cercare di riempire quel vuoto che ancora vi brontola dentro.
Ci sarà un motivo se io ho un culo a tre piazze e il mio cane è al limite dell’anoressia?

mercoledì 20 luglio 2011

Di come Giano divenne bifronte

Complici il maggiore impegno per lo studio, l’amore esploso per i libri e la piaga sociale* per eccellenza, ho smesso di muovermi furiosamente,  facendo di una monellaccia una personcina un po’ birbante ma dedita a lunghe pause riflessive. Il cibo, non più bruciato nelle corse a perdifiato, le arrampicate sugli alberi e le botte con gli amici, ha cominciato a sedersi pian piano sui fianchi.
La piaga sociale* per eccellenza di cui accennavo prima, fu la mia condanna. Avevo sempre vissuto tra i maschi, maschio io stessa nei modi e nell’aspetto: capelli portati cortissimi, canzoncine sconce a fior di labbra, sempre pronta ad una scazzottata in simpatia. Cose che i marmocchi di oggi se le sognano!
Quando hanno cominciato a spuntarmi le tette mi sono trovata sola di fronte ad un pesante bivio: da un lato il gruppetto di maschiacci non mi riconosceva più e tendeva a mettermi in disparte (nella post adolescenza questo fenomeno si sarebbe invertito a mio favore J ); dall’altro le femminucce non accettavano i miei modi da… beh, non avrei sfigurato in un dialogo impegnato con uno scaricatore di porto!
Di fronte al bivio non ho saputo scegliere. Ho preso la via di mezzo e, a tutt’oggi, mi è ancora difficile costruire rapporti durevoli d’amicizia. Sono troppo donna per gli uomini, e troppo uomo per le donne. In medio stat virtus…o forse no?
La non appartenza ad un gruppo, negli anni di passaggio tra il bambino e il prototipo dell’adulto in divenire, mi ha segnato profondamente.  Marchiata a fuoco,  mi alterno tra il desiderio degli Altri e la necessità del Io_sola: sono portata al compiacimento per legare a me le persone e a tenermele sempre accanto finchè, stufa, improvvisamente,  mi rinchiudo in una solitudine sprezzante. Sono una dicotomia vivente.
Non è facile vivermi.
Sono una persona particolare, 
nel bene e nel mare.
La storia inizia da qui.

martedì 19 luglio 2011

Gli inizi: piccole cicce crescono

Che io ricordi sono sempre stata rotonda.
Avete presente il detto “chi nasce tondo, non può morire quadrato”?
Beh, se è vero quanto si dice, quando sarà il momento, le pompe funebri avranno un bel da farsi per recuperare una bara sferica. Onde evitare problemi alloggiativi sarà il caso che mi cremino (una parola tanto golosa per un’attività così poco appetitosa, tzè).
Ehm, ecco, credo abbiate capito che il mio spirito di patata è un tantinello cinico. Ma pochino, eh!
Come vi stavo dicendo, sono sempre stata tonda, fin da neonata. Guanciotte e appetito famelico mi hanno contraddistinto da sempre, fin dal grembo materno. Si narra che, appena settenne, disputai a colpi di forchettate con un vecchio zio un pezzo di cotica galleggiante in una brodosa zuppa di fagioli. E non solo. Furba e affamata come una faina, ero solita essere ospite di alcune famiglie di cui conoscevo a menadito l’orario del desinare. Alle 19.00 a casa di zia che faceva delle frittelle di baccalà che non se ne trovano più. Alle 21.00 i miei tornavano a lavoro e quindi gli tenevo compagnia sbocconcellando di qua e di la, giurando che no, non avevo già cenato! Pur mangiando tantissimo, ero paffuta ma non grassa perché ero sempre in movimento. A prescindere che a quell’età non sapevo nemmeno che esistessero merendine e bevande gasate e facevo la merenda con delle enormi fette di pane casareccio ricoperte di zucchero o di olio, mi muovevo continuamente, ero una combina guai da cartone animato: correvo, giocavo, salivo sugli alberi, andavo a caccia di rane nei fossi, rincorrevo le lucertole per strappargli la coda. Insomma, tutte le cosine che una brava signorina in via di formazione è solita fare. Avevo, a quel tempo, un metabolismo pauroso. Sono convita che, se avessi mangiato sassi, avrei digerito anche quelli.