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domenica 23 febbraio 2014

Io non sto bene. Capitemi.

Un giorno mi vergognerò delle cazzate che scrivo.
Oggi non è ancora quel giorno.
Aprimo il filone “C’era una volta…”. L’idea mi è venuta un giorno che passeggiavo al parco con la testa piena di pensieri di quel colore nero che sono le seppie sanno produrre. Sapevo che per solidarietà all’umore, anche la mia postura aveva assunto un andazzo calante e che il broncio spadroneggiava sul mio faccione. Dovevo fare qualcosa che mi tirasse su e quindi, non avendo pensieri positivi a portata di mano su cui rimuginare, ho cominciato a raccontarmi una storia. Una a modo mio, ovvio.
Lo so che non è un atteggiamento normale ma ognuno ha le sue armi di difesa. Queste sono le mie.
Un giorno mi analizzeranno e risolveranno il mistero della mia psiche.

Ho acceso l’interruttore della fantasia e…

P.s. se hai letto e hai una storia preferita da farti storpiare, scrivimi qui: cuordiciccia@gmail.com

domenica 9 febbraio 2014

Pulizie di PrimaVera

Oggi ho aperto l’armadio.
Di solito - mi confesso senza pudore, lo sapete - pigra e disordinata fin nel DNA che immagino come una serie di pallette colorate poste in maniera disordinata e caotica su due nastri virtuali, tengo quei 4 vestiti che mi entrano su una sedia in camera.

L’armadio è per me solo un grande contenitore pieno di cose comprate sulla fiducia che “forse, un giorno” mi entreranno e indosserò. Non si dica mai che non sono una tipa speranzosa.
L’armadio è in camera da letto. Ogni giorno ci incrociamo, ci scambiamo un saluto frettoloso con un cenno del capo (per la precisione lui sbatte leggermente un’anta) e poi ognuno alla sua giornata. Io dietro le scartoffie del lavoro e lui, boh, passerà il tempo a contare gli acari…
Stamane, non so cosa mi fosse preso, mi sono fermata a guardarlo.
Alto e longilineo, si imponeva sulla stanza. Con gli occhi di specchio splendente rifletteva una forma che, asseriva, apparteneva a me.
Guardavo quell’immagine e non mi riconoscevo: i capelli arrufati da “è domenica e non mi va nemmeno di pettinarmi”, il pigiamone in pile sformato su un corpo ancor più sgualcito del tipo “è domenica e mi vesto un po’ alla membro di segugio”, le ciabattone e i calzettoni a righe del tipo “voglio sedurti!”.
“Specchio! Specchio delle mie brame, quand’è che sono diventata la nonna del reame???”
L’armadio ha sorriso beffardo sotto baffi di polvere e mi ha detto: “Vada per l’aspetto discutibile ma non venirmi a dire che ti aspetti davvero che lo specchio ti risponda!”
“Tu mi rispondi! Perché lo specchio non dovrebbe?”
“Io sono una voce nella tua testa e c’è un bel po’ di confusione qua dentro, sarà il caso di fare un po’ di ordine?”
E sia!
Ho aperto l’armadio che era più semplice che aprirmi la testa. Ho buttato all’aria tutto quello che c’era!
Miracolo dei miracoli ho trovato degli abiti che riuscivo ad indossare!
In altri entravo insacchettata come una mortadellona ma … ci entravo!
La cosa più bella ed emozionante è stato riempire una bustona di abiti che … mi andavano troppo grandi!
Ho pensato a quanto tempo ho tenuto quelle ante chiuse mentre il mio corpo lentissimamente mutava e si riduceva, di millimetro in millimetro, di grammo in grammo, fino ad entrare in abiti che la mia testa aveva destinato al cassetto del “chissà, forse un giorno…”
Quante cose abbiamo destinato a quel cassetto? Non parlo solo di vestiti, mi riferisco ai sogni, alle asprirazioni, ai desideri che abbiamo sempre inteso irraggiungibili. Voglio aprire tutte le porte, tirare fuori i sogni impolverati, le aspirazioni ammuffite. Diamo aria ai desideri!

Nei cassetti, da oggi in poi, voglio tenere solo i mutandoni della nonna. I sogni voglio mettermeli negli occhi!
Immagine presa da qui: http://massimocavezzali.blogspot.it/2012/04/cavezzali-il-cuore-nel-cassetto.html
Dedicato ad Arianna :-)

venerdì 25 maggio 2012

La salsiccia sulla piastra che scotta


Essere ciccioni significa tante cose tra cui:
-         pregiudizi da parte di chi guarda
-         mancata accettazione di sé
-         propositi e spropositi che si rincorrono continuamente.
Ci sono giorni in cui i tre fattori suddetti si mescolano rovinosamente nel nostro cuoricino di ciccia dando sfogo a quello che io definisco “il dominio della panza sulla ragione”.
Prendiamo un giorno a caso in cui vi siete svegliati già con l’umore incline alla depressione. Mettiamo che incontrate qualcuno che vi delizia con qualche sguardo eloquente o vi apostrofa con un raffinatissimo “a buzzicona!!!!” e mettiamo pure che quel giorno anche voi vi insulteresti da soli…succederà sicuramente che vi incamminiate faticosamente lungo una sottile linea d’ombra conradiana, a metà tra la voglia di digiuno e la voglia di mettere a ferro e fuoco il frigo.
A me succede spesso. Troppo spesso, direi.
Nei momenti in cui vedo cacca ovunque manco fossi uno stercorario ad un banchetto, il mio flusso di pensiero può riassumersi così: “Adesso basta! Non mangio più, non posso andare avanti così! Per attenuare la fame berrò l’acqua a piccoli sorsi, mi nutrirò di erba, muschi e licheni come le capre montane! Mai vista una capra montana grassa, giusto? E poi devo fare tanto movimento. Devo comprarmi una tuta, sono l’unico essere al monto così abulico verso il movimento da non avere manco una tuta, tutti i giorni devo andare a correre. Magari un giorno sì e uno no che devo pure riposare. Però se corro qualcosa devo mangiare, potrei buttarmi sulle proteine che fanno dimagrire e tonificano. Voglio diventare come Swartznegger, devo essere senza un filo di grasso. Però troppe proteine da sole fanno male, magari un giorno sì e uno posso mangiare la pasta, potrei lasciarmi un giorno a settimana per mangiare qualche porcheria, certo adesso viene il periodo dei compleanni, al limite se mangio troppo la sera  il giorno mi trattengo un po’, anche se non posso mangiare troppo poco altrimenti sul lavoro mi mangio i colleghi. Certo, ora un bel ghiacciolino ci starebbe proprio bene, però se mi prendo un gelato alla frutta potrei sostituire il pranzo. Il pistacchio è un frutto? Mi sa di no, allora facciamo le creme, con panna e nutella, certo, grazie. Forse è meglio che comincio domani che oggi è andata così. Però da domani dieta, giuro!”

martedì 13 dicembre 2011

Ave, Caesar, morituri te salutant

Sono le 17.33 e il culo a due piazze è incollato alla sedia da stamane.
Tra poco meno di un'ora ho appuntamento col Dottor M per il primo controllo ufficiale. Una sottile ansia, sottile come solo un materasso sa esserlo, comincia ad impossersarsi di me...

Cosa dirà?

1) mi troverà dimagrita e :
1.1 si conglaturerà
1.2 mi dirà che sono una chiattona infame che sarebbe stata in grado di dimagrire anche da sola
1.3 mi dirà che si aspettava un risultato migliore

2) mi chiederà se ho fatto sport e al mio ni:
2.1 mi sputerà in un occhio e mi dirà che mi sto autodistruggendo
2.2 sarà gentile e mi sosterrà nonostante una bonaria disapprovazione
2.3 scuoterà la testa sfiduciato esclamando: "sei senza speranze"

3) mi darà una nuova dieta e:
3.1 mi darà un'alimentazione a pane e acqua, ma senza pane che sennò il pane ingrassa
3.2 mi concederà un dolcetto ogni tanto perchè sono stata brava
3.3 mi prescriverà una museruola da indossare 24h/24

Se non si fosse capito, sono in piena fase "pippa mentale"...ma, dulcis in findus, il quesito principale è:
4) come reagirò dopo la visita?
4.1 farò la brava perchè devo impegnarmi per il mio bene
4.2 mi scofanerò come una porca a casa perchè "domani è un altro giorno"
4.3 farò una capatina in pizzeria e...si salvi chi può!

Ai posteri l'ardua sentenza.

domenica 20 novembre 2011

Sono una donna,non sono una santa.

Scusate l’assenza ma sono stata presa da un grande evento personale. Evento che richiesto un’inaugurazione, un rinfresco, un aperitivo e mille altre occasioni di pura tentazione.  Solo ieri ero sola nel grande salone, tavolo imbandito, a portare piatti in tavola prima dell’arrivo dei commensali. Piatti di dolcetti, torte rustiche, sofisticherie culinarie, trionfi di creme, zozzerie al cioccolato, montarozzi infami di calorie…ma io, ligia non ho toccato nulla.
Ferma sui miei propositi e sui miei tacchi traballanti, ho sorseggiato un caffè amaro mentre tutti gozzovigliavano. Non ho toccato nieeeeente, orgogliosa della mia forza.
Il problema è stato dopo.
Quando tutti sono andati via, è rimasta una montagna di roba a sussurare il mio nome dal tavolo. Un richiamo subdolo quanto invitante…Ho cominciato a riassettare ma, come Ulisse, cercavo di resistere al canto melodioso dei bignè al triplo cioccolato, seducente nella sua rotonda fragranza, lussurioso nelle lingue di cioccolato filanti che colavano dal piatto come ambrosia…
Forte forte forte, devo essere forte! E’ cacca, è veleno! resisti resisti!!!
Solo uno, che vuoi che sia! Assaggiane uno!
Né uno, né nessuno, resisti!
Uno, uno solo!
Nessuno!!!
Solo una leccatina ad un baffo di cioccolato!
Non lo fare! Non riuscirai a fermarti!
Annusalo soltanto…
Non lo fare, il naso è troppo vicino alla bocca!!!
Provalo! Provalo!
Che dire: sono una donna, non sono una santa. Inerme di fronte la lotta pissicologica tra il barlume di coscienza e il mostro della pancia, ho peccato! Legata ad una sedia, con una fetta di prosciutto sugli occhi e le mani legate da lacci di liquirizia, ho lottato strenuamente ma un cioccolatino e un bignè mi sono entrati prepotentemente in bocca e precipitati giù giù per il gargarozzo! Non volevo, lo giuro! Sono stata vittima delle circostanze! Vostro onore, mi appello alla clemenza della corte! Trattasi di momentanea incapacità di intendere e di volere!

mercoledì 5 ottobre 2011

Di quella volta che i biscotti al cioccolato tentarono di farmi fuori.


Dopo la visita medica e gli esami clinici, sono in attesa dei risultati.
Ansiosa all'ennesima potenza, mi rivedo come, anni fa, ancora studentessa, col naso all’insù a spiare impaziente sulla bacheca della scuola per vedere se ce l’avevo fatta un’altra volta mentre oggi, ad anni di distanza, stropiccio tra le mani il talloncino per il ritiro dei risultati: lo guardo e lo riguardo sperando che l’attesa riduca i tempi e che la prossima settimana arrivi ora, in un battito di ciglia, in barba ad Einstain e alle sue teorie.
Il mentre che passa tra l’esito dei risultati e l’elaborazione della cura, è un che di straziante, sia a livello mentale che mangereccio. L’ansia di sapere, per chi ha già disordini di tipo mentalimentare, si sfoga, indovinate un po', sul cibo, corroborata dal fatto che
“tanto dopo non posso più perchè poi mi metto a dieta seriamente”
“meglio un gelatopistacchio e cioccolato oggi che un cremino domani”
“tanto va la gatta al lardo che ci lascia la zampone”
E altri luoghi comuni atti a giustificare penosamente il tentativo vano di arginare la voragine che si è aperta nel triangolo delle bermuda formatosi tra testa, cuore e panza.
Questa dicotomia permanente tra il “resisti” del barlume di coscienza e il  “se non ora, quando?” del mostro della pancia, può portare a sfociare in comportamenti che hanno dell’assurdo, che sono riprovevoli e che farebbero vergognare chiunque, me compresa. Per questo qui mi confesso e ammetto le mie colpe e le figure da coprolita di brontosauro al fine di ricordarmi sempre di questi giorni, sperando che restino passato.
Accadde oggi.
Mezz’ora fa circa, per dirla tutta.
Stavo pranzando con la collega: insalata scondita, 40g di pane e 40g di crudo. ‘na roba che l’uccelletti della vicina morirebbero di fame.
E non è che mi dispiacerebbe visto che cominciano a cantare all’alba. Tutte le albe di tutti i giorni che dio manda in terra, festivi inclusi. Che gatto vi colga!
La mia collega chiocciava, mentre addentava un paninazzo doppio strato di culatello infarcito con mozzarellone campano: “Come sei brava! Ma come fai a mangiare così poco!”
“Beh, io non mangio molto…” ho risposto mentre il Barlume di coscienza mi gridava nella testa “A buciarda infame!!!!”
Dopo pranzato ho proposto una camminata. Una camminata che mi ha visto tornare barcollante, sudata come solo Bonolis sa esserlo, con una lingua penzoloni simile ai materassi che vende Mastrota e ansimante come un carlino.
Molto consolante direi, considerando che ho appena 30 anni.
Al rientro mi sono ricordata che avevo con me dei biscotti al cioccolato che avevo comprato per la pausa caffè in ufficio. Il Barlume di coscienza, sapendo che il proibizionismo non funziona mi ha detto:
“Offrine uno alla collega, se lo vuole ne prendi uno anche tu. UNO. E che sia UNO!”
Nel mentre, il mostro della pancia si era già impossessato della mia mano, approfittando della mia temporanea incapacità di intendere e di volere, e mi aveva buttato in gola 4 e dico 4 biscottoni al cioccolato!
Proprio in quel momento sento la collega avvicinarsi alla mia stanza!
Barlume di coscienza mi ha urlato: “Sei una cacca pestata di Chihuahua! Sei l’esempio vivente dell’assenza di forza di volontà, metteranno la tua immagine su Wikipedia sotto il termine Abulia! Almeno evita la figuraccia e nascondi le tracce!”
In fretta e furia ho cercato di inghiottire il bolo di cioccolato, ho ficcato la scatola di biscotti in borsa e mi sono buttata a terra facendo finta di cercare qualcosa mentre tentavo di buttar giù il boccone.
“Che fai sotto la scrivania?”
“mmmniente, ciomp ciomp, sto ceccando la penna” ho detto cercando di buttar giù il boccone infame.
“Che mangi?”
“mmmniente! Sto ceccando la penna!!!”
“Certo… vuoi un po’ d’acqua?”
“Gno…”

Signori, la dignità di una donna vale 4 biscotti al cioccolato?

mercoledì 17 agosto 2011

chi fa da sé ha paranoie per tre


Il mare, per i  cuori di ciccia come noi, è un’esperienza drammatica perché, come già raccontato, richiede una forte dose di coraggio e rassegnazione per esporsi al pubblico ludibrio.
Scagli la prima polpetta chi di voi, preparandosi per il mare, non ha mai pensato: 
“E che figura di cacca co’ tutti sti rotoli che sembro lo sponsor della carta igienica! Sarà pieno di strafighe, me lo sento. E in mezzo a tette sode, gambe chilometriche e culi a zainetto, la mia ciccia traballante sarà in bella vista. Mi eleggeranno santa patrona di Ariccia, stavolta non la scampo”.
E via con la preparazione:
  • costume di due taglie più piccole per contenere la panza. Le tette tracimeranno come pendii franosi e le cosce si scaveranno prepotentemente in cerca di libertà.
  • Copricostume con pareo ricavato dalla tenda del salotto, avvolto lungo tutto il corpo modello mummia egizia. Così, tanto per passare inosservate.
  • Capelli sciolti modello copri triplo-mento. Oppure legati tiratissimi nella speranza di allungare il viso.
  • Occhiale da sole king-size per coprire il copribile e dare un aspetto misterioso. Illuse.
  • Ciabattone col tacco perché il tacco slancia. Anche se camminerete come papere sulla sabbia.
  • Protezione solare -18, ovvero olio di semi superabbronzante perché il nero sfina.
  • Trucco da mignottone per attirare l’attenzione sul volto e non sul resto. Confidiamo sempre nel vicino di ombrellone orbo.
  • Giornale di gossip truculento, da nascondere accuratamente nell’ultimo libro di Umberto Eco. Della serie: non sono grassa, è la mia cultura che fa volume
  • Frutta fresca per il pranzo: oggi dieta. Anche se poi vi ritroverete al bar dello stabilimento ad ordinare 3 panini, uno per voi e gli altri due per i vostri figli immaginari.

Arriva infine il momento in cui siete in spiaggia e dovete spogliarvi: panico. Vi sentite gli occhi di tutti addosso. Temete di essere arpionate dal primo capitano di passaggio. Dopo un’estenuante lotta col vostro cervello, vi spogliate in un nano secondo e vi spiaggiate che, distese, la pancia sembra piatta. Sembra.
Una volta in posizione rilassata cominciate ad osservare i vicini di ombrellone e vi accorgete che un buon 80% delle vostre pippe mentali è assolutamente immotivato: i malati del fitness e i magri di natura sono una vera rarità! Molte delle persone che vestite sembrano magre, una volta in costume, sfoggiano una pancetta degna del festival de l’Amatriciana! Intorno a voi è un fiorire di lardelli e pelli flaccide, dai più piccoli ai più grandi. Dalla tardona iperabbronzata con la pelle ipotonica da tartaruga, alla ragazzina con la panzetta e il bikini giro-fica, nessuno presta attenzione a voi. Nessuno vi guarda, nessuno vi giudica, nessuno vi considera.
Anzi.
Caso vuole che siate voi dalla parte dell’Inquisizione. Abituate a prendervi per il culo su tutto, lo sfottò sugli altri vi parte in automatico: e quella è troppo magra, e quella è troppo grassa, e quello ha il pacco in bella vista, e quello è pipino il breve, e quella me pare la nonna de mi nonna. Questo finché siete sole.
Se, per sciagura, il vostro compagno, magrissimo* decide di sdraiarsi accanto a voi mentre siete in fase “Alfonso Signorini", comincia l’assillo de: “guarda quella cicciona? Come sono rispetto a lei? Più magra o più grassa? Rispondi SINCERAMENTE. Chi ha il culo più grosso? Mica sono così, vero? Oppure sono più grassa? Oddio, rispondi!”
Nonostante i 40° all’ombra, Il poverino comincia a sudare freddo, conscio che qualsiasi risposta sarà sbagliata.
Mai dialogare con una donna della sua ciccia, della sua età e del suo numero di fidanzati. Mai.
Non vi sorprenderete certo se lui si alzerà veloce, correrà verso il mare e si tufferà precipitosamente sparendo tra i flutti mentre voi, sardoniche, resterete in attesa di una risposta che, sapete benissimo, in ogni caso, non vi soddisferà.


*stranamente, più una donna è chiatta più il suo uomo è magro, e viceversa. Per le coppie omo non sono aggiornata.

domenica 7 agosto 2011

Ciccia all'aria

Le vacanze al mare: croce e delizia per chi ha qualche problema con gli effetti che la forza di gravità terrestre produce sulla bilancia. Se da un lato è il periodo migliore per far fuori gelati e gelatai, dall’altro la prova costume miete vittime dalla taglia 38 alla taglia tendone da circo. Per tutti, siano essi ciccioni veri, presunti o frutto di qualche problema di dismorfismo, mettersi tutti ignudi su una spiaggia è un evento a dir poco traumatico. E’curioso osservare come nella nostra società sia più facile e tollerabile che un nudista si metta col wurstel all’aria piuttosto che una donna mostri la cellulite in spiaggia.
Per questo motivo, ogni anno, dopo i bagordi pasquali, scofanato l’ultimo uovo di cioccolato - che, diciamocelo, abbiamo mangiato così di gola e  voracemente da avere il cagozzo per tre giorni di fila -  subentra il famigerato periodo della dieta per la prova costume. Su tutte le tavole è un fiorire di insalata. Scondita oppure con un cucchiaino di olio – il che è lo stesso: un cucchiaino di olio in una ciotola di insalata fa lo stesso effetto della fenice: che vi sia ognun lo dice, ove sia nessun lo sa! – l’insalata, insieme a cetrioli e finocchi, sono dei salva dieta naturali. Qui apro e chiudo una piccola parentesi:
Oh, tu, creatore, ascolta la mia domanda: di quale grave peccato ci siamo mai macchiati per doverci colpire così atrocemente permettendo ad un finocchio di avere 9kcal/h e alla nutella 550kcal/h? Perché non hai permesso il contrario? Sei ancora incazzato per quella storia della mela?
Il periodo della dieta pre-mare è fatto di tanta verdura, pescetto bollito, petto di pollo alla piastra, zucchine lesse e di quant’altro sia in grado di abbattere la libido mangereccia di un individuo. Ai giorni di dieta feroce, contraddistinti da incazzatura facile, nervi a fior di pelle e forti istinti omicidi, si alternano le cene rituali con gli amici a base di pizza e fritti e i giorni dedicati alle abbuffate compulsive dovuti alla delusione, alla necessità di compensazione o alla semplice fame: cazzo, sono giorni che vi nutrite solo a merduzzo lesso!
Alla fine dei conti, il giorno prima della partenza per il mare, vi rendete conto di essere in perfetto pareggio tra le giornate di cibo a morte e quelle di digiuno ascetico. I numeretti sulla bilancia sono gli stessi del mese precedente se non più alti per una mera perfidia della bilancia che si è starata solo per vedervi strabuzzare gli occhi dall’orrore. Fatto sta che ormai il tempo della speranza è finito e subentra quello della rassegnazione. Andate meste a comprarvi un costume. Fate caso alla faccia delle donne che comprano i costumi, vi raccontano una storia di fallimenti, prove, pizze con la mortadella e di digiuni coatti.
A meno che non siate poco più che adolescenti con un fisico da manico di scopa o non vi siate appena rifatte le tette nuove, la ricerca del costume non è finalizzata a trovare quello più bello che vi faccia cuccare, bensì è focalizzata fortemente alla ricerca di un costume che sia coprente, snellente, rimodellante, che tenga su tette e culo ma appiattisca la pancia. Insomma, state cercando un incrocio tra un chirurgo plastico e un miracolo.
Dopo aver sborsato uno sproposito per una muta da sub rinforzata con stecche di acciaio, vi preparate psicologicamente ad affrontare il mare. Vi procurate una borsa enorme, di quelle che i killer usano per trasportare i cadaveri, e vi offrite per portare le cose di tutti. Ma non è generosità e lo sapete bene. E’ solo strategia. Manco foste la reincarnazione di Mary Poppins, riempite il borsone con paletta, secchiello, asciugamani, ombrelloni e bagnino. Ve la mettere poi strategicamente a tracolla di modo che, di profilo, nasconda quella sfera indefinita che racchiude panza e culo.
Arrivate in spiaggia la cosa si fa più difficile. Gli Altri, in un battibaleno,  hanno piazzato gli asciugamani e l’ombrellone, si sono spogliati e stanno già correndo verso la spiaggia. Voi, consegnata mestamente il borsone, cominciate un dialogo col vostro cervello per convincervi a togliervi lo scafandro che utilizzate come copricostume
“Dai, spogliati cazzo, prima o poi dovrai farlo. Fallo subito e togliti il pensiero”“C’è quella donna che mi guarda! Che vergogna!”“Ma che dici? Non vedi che è strabica e sta guardando il bagnino? Togliti lo scafandro!”“Forse se tiro la pancia in dentro si nota meno…”“Certo, così se tutto va bene, andrai in carenza di ossigeno e diventerai cianotica, si sa che i colori scuri sfinano…”“Oddio, c’è una strafiga con l’ombrellone qui vicino, chissà che risate si farà a vedermi la cellulite!”“Non ci pensare, resterà impietrita dai tuoi rotoli per soffermarsi sulla cellulite”“Grazie, eh! Sai sempre come rincuorarmi! Lo sai che ho fatto i digiuni per arrivare preparata ma non ho perso niente…”“Tho, guarda, un panino!”“Dove? Dove?”“Nella tua panza, ha ha ha ha!”“Che coscienza becera, fottiti! Ecco, mi sono spogliata, ed ora???”“Ed ora in onda il documentario sulle balene spiaggiate!!”
E così via finchè il dialogo con se stessi non prende il sopravvento sull’imbarazzo. Lo scafandro cade e ci dedichiamo a perlustrare i nostri vicini di ombrellone….
Ma questo ve lo racconto la prossima volta!

venerdì 22 luglio 2011

To eat or not to eat: that's the question

Oggi mi sono accorta di aver dimenticato parte del pranzo a casa. 
Il che è drammatico per una cicciona complessata come me, per almeno due motivi fondamentali:
  1. Non riesco a comprare cibo senza rimuginare sul fatto che l’esercente ed eventuali clienti pensino: “Ancora pensi a magnà, aho!!! Datte na regolata!!!” anche se mi ignorano amabilmente. E’ un meccanismo che parte in automatico. Vedo qualcuno che ride? Ride di me! Vedo qualcuno storcere la bocca? È schifato da me! Poco importa se poi si accascia al suolo per un ictus. Ce l’ha con me a prescindere! Insomma, oltre ad essere cicciona, sono anche una paranoide schizofrenica.
  2. Nelle fasi di dieta, ho il conta-calorie automatico nel cervello e quindi seleziono il cibo in funzione del suo potere calorico. Dimenticare il pranzo significa decidere tra: pizzeria, rosticceria, e qualsiasi altra rivendita di robe ipercaloriche che termina in  -eria. Digiamogelo, non è carino entrare in un negozio e farsi vedere incollati al bancone ripetendo a bassa voce “questo no, ha il 30% di grassi insaturi” “Questo no, ha 543kcal per 100 grammi” “Questo no che mi fa diventare stitica” “Questo no che provoca ritenzione”.
Insomma, credo che abbiate capito.
Come ho risolto il problema del pranzo?
Ho passato la prima ora a decidere se fosse stato meglio digiunare o affrontare il peccaminoso giro per la ricerca di cibo. Quando lo stomaco ha cominciato a gorgogliare così tanto da disturbare la signora del piano di sotto, mi sono decisa: dovevo trovare qualcosa di commestibile, da comprare velocemente, in un negozio possibilmente vuoto in cui esercitare tutto il mio anonimato.
Ho scorto una panetteria di nicchia e sono entrata. Tra lo scorgere e l’entrare è iniziata una lunga fila di pippe mentali:
“Chiederò un panino vuoto. Però il panettiere si stupirà, magari mi chiederà se ci voglio qualcosa dentro. Io dirò di no e lui mi prenderà per il culo dicendo “Mica so’ du fette de prosciutto che te faranno ingrassà!”. No no, devo evitare, gli chiederò tre panini vuoti così sembrerà che li compro per la mia famiglia inesistente. Oppure penserà “Anvedi questa, se magna tre panini pe’ pranzo”
Nel frattempo:
“Signora desidera?”
Signora? Mi ha detto signora? Ma quanti anni sembra che abbia???? “Ehm, vorrei due panini da portare a casa”
“Ecco, 52 centesimi”
“Grazie”
“Arrivederci”
Non mi ha nemmeno guardato in faccia. Le pippe mentali ti rendono un regista così creativo che manco Steven Spielberg.
A pranzo, quindi, ho mangiato uno dei panini vuoti e bevuto qualcosa come settimila caffè (Alex Britti, ha preso spunto da me per la sua canzone). 
Il dramma è sorto nel pomeriggio quando il mostro che ho nella pancia ha cominciato a dire che sentiva un certo languorino, che c’era un panino solo in un cartoccio che chiamava la mamma, che voleva tenerlo stretto a sé…
Dall’altro lato un piccolo barlume di coscienza mi ripeteva che ero a dieta, che un panino non mi avrebbe dato niente se non qualche grado di morbidezza in più.
Ho passato il pomeriggio a togliere il pane dalla busta, ad annusarlo, ad avvicinarlo alla bocca per addentarlo e…velocemente rimetterlo in busta prima che i denti lo toccassero.
Tutto il pomeriggio questa lotta estenuante tra il mostro della pancia e il barlume di coscienza:
prendi il pane
avvicinalo alla bocca
riponilo subito
prendi il pane
avvicinalo alla bocca
riponilo subito
prendi il pane
avvicinalo alla bocca
riponilo subito
Avete presente il film “Bianco, rosso e Verdone” con la mitica Sora Lella?
E allungaje 'e gambe, aristendije 'e gambe, aritiraje 'e gambe, aricoprije 'e gambe... io jee tajerei quee gambe!

Che poi non si dica che l’obesità non è una malattia mentale.

mercoledì 20 luglio 2011

Di come Giano divenne bifronte

Complici il maggiore impegno per lo studio, l’amore esploso per i libri e la piaga sociale* per eccellenza, ho smesso di muovermi furiosamente,  facendo di una monellaccia una personcina un po’ birbante ma dedita a lunghe pause riflessive. Il cibo, non più bruciato nelle corse a perdifiato, le arrampicate sugli alberi e le botte con gli amici, ha cominciato a sedersi pian piano sui fianchi.
La piaga sociale* per eccellenza di cui accennavo prima, fu la mia condanna. Avevo sempre vissuto tra i maschi, maschio io stessa nei modi e nell’aspetto: capelli portati cortissimi, canzoncine sconce a fior di labbra, sempre pronta ad una scazzottata in simpatia. Cose che i marmocchi di oggi se le sognano!
Quando hanno cominciato a spuntarmi le tette mi sono trovata sola di fronte ad un pesante bivio: da un lato il gruppetto di maschiacci non mi riconosceva più e tendeva a mettermi in disparte (nella post adolescenza questo fenomeno si sarebbe invertito a mio favore J ); dall’altro le femminucce non accettavano i miei modi da… beh, non avrei sfigurato in un dialogo impegnato con uno scaricatore di porto!
Di fronte al bivio non ho saputo scegliere. Ho preso la via di mezzo e, a tutt’oggi, mi è ancora difficile costruire rapporti durevoli d’amicizia. Sono troppo donna per gli uomini, e troppo uomo per le donne. In medio stat virtus…o forse no?
La non appartenza ad un gruppo, negli anni di passaggio tra il bambino e il prototipo dell’adulto in divenire, mi ha segnato profondamente.  Marchiata a fuoco,  mi alterno tra il desiderio degli Altri e la necessità del Io_sola: sono portata al compiacimento per legare a me le persone e a tenermele sempre accanto finchè, stufa, improvvisamente,  mi rinchiudo in una solitudine sprezzante. Sono una dicotomia vivente.
Non è facile vivermi.
Sono una persona particolare, 
nel bene e nel mare.
La storia inizia da qui.